Il downtime di un datacenter costa 3.500 euro al minuto

La stima di uno studio del Ponemon Institute che ha analizzato 41 datacenter con dimensione minima di 232 metri quadri. Per i service provider o le società di e-commerce si arriva a 8.000 euro al minuto

I guasti dei datacenter possono costare alle organizzazioni più di 3.500 euro al minuto. Il dato emerge da una ricerca effettuata dal Ponemon Institute e sostenuta da Emerson Network Power.

La ricerca ha analizzato il funzionamento e la gestione di 41 datacenter di diversi settori industriali con una dimensione minima di 232 metri quadri ed è stata realizzata intervistando oltre 450 professionisti per calcolare costi diretti e indiretti delle interruzioni del servizio.

Lo studio sottolinea come le inadeguatezze dei segmenti power, cooling, monitoring e service possono contribuire ai guasti.

Oltre 2 ore il tempo di ripristino medio
Ne emerge che, in caso di downtime di un data center, il tempo medio di ripristino delle operazioni è di 134 minuti e il costo per l’azienda di queste oltre due ore di black-out è di oltre 475.000 euro (ovvero circa 680.000 dollari).

La situazione peggiora se si considerano le aziende con modelli di guadagno che dipendono dalla capacità dei data center di fornire servizi IT e di networking, come appunto i service provider e le società di e-commerce, per le quali un singolo donwtime può arrivare a costare anche fino ad 700.000 euro (1 milione di dollari), ossia quasi 8.000 euro al minuto.

Per calcolare il costo complessivo, i ricercatori del Ponemon Institute hanno utilizzato un sistema di Activity Based Costing, prendendo in considerazione i costi diretti, indiretti e il costo opportunità (cioè il valore a cui si rinuncia nel caso non si sfrutti un’opportunità). I dettagli nella figura in basso.

Mancano risorse
I dati indicano che i professionisti che gestiscono i data center lamentano la carenza di risorse per una gestione ottimale delle infrastrutture: quasi il 60% sostiene che sarebbe stato possibile prevenire i guasti mentre solo il 37% ritiene di avere a disposizione tutte le risorse necessarie per ripristinare il corretto funzionamento del data center in caso di problemi.

Perché si guasta un datacenter?
In base ai dati forniti dai rispondenti, nel 29% dei casi l’indiziato numero uno è l’UPS. Al secondo posto l’errore umano (citato nel 24% dei casi) e a seguire problemi energetici e nel condizionamento. In figura le primarie cause di guasto.

fonte: searchCIO.it

Lascia un commento 20 ottobre 2011

I datacenter? Sicuri solo sulla carta

Secondo uno studio di Gabriel Consulting Group su 147 responsabili di datacenter, c’è un divario fra percezione e realtà. Perché la sicurezza virtuale non è uguale a quella fisica.

McAfee ha rilasciato i risultati di un’indagine condotta da Gabriel Consulting Group che riporta un divario tra la percezione della sicurezza e la realtà tra i responsabili della sicurezza It aziendale.

Lo studio Datacenter Security Survey 2011 si è focalizzato sulle problematiche e sulle soluzioni di sicurezza e ha coinvolto 147 responsabili di data center aziendali.

La maggior parte degli intervistati (60%) dichiara che la direzione ritiene che la sicurezza sia più solida di quanto non lo sia effettivamente, mentre solo il 22% riporta che la direzione è a conoscenza della reale situazione della sicurezza della propria azienda.

Lo studio ha rilevato che, sebbene quasi la metà degli intervistati ritenga che la virtualizzazione e i cloud privati rappresentino una sfida di sicurezza, la maggior parte degli intervistati utilizza gli stessi strumenti per proteggere i sistemi fisici e quelli virtualizzati.
In sostanza, mentre le aziende continuano ad adottare virtualizzazione e cloud, la tecnologia di sicurezza utilizzata spesso è una replica della sicurezza delle risorse fisiche, e questo si traduce in ostacoli, come policy di rete incoerenti e falle nella sicurezza.

Difatti, quasi la metà degli intervistati ha riferito di essere costantemente alla ricerca di nuove falle di sicurezza, più del 40% ritiene che lo stato della sicurezza della propria azienda non sia al passo con le minacce, circa il 70% ha mostrato scetticismo sulla sicurezza del cloud pubblico e il 40% ha rivelato che la sicurezza nel quotidiano non è conforme agli standard richiesti dalle loro policy ufficiali.

da: searchcio.it

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Analizzare i pacchetti della LAN con i filtri di Wireshark

Michele Nasi

Il noto packet sniffer dispone di diverse funzionalità per controllare nel dettaglio cosa accade all’interno della rete locale. Dall’FTP a Messenger, ecco alcuni esempi significativi.

Come noto ai più, Wireshark è un eccellente analizzatore di protocollo (o packet sniffer) in grado di esaminare il contenuto di tutti i pacchetti dati in transito sull'interfaccia di rete attiva.

La prerogativa di questo programma opensource, che basa il suo funzionamento sull'esperienza acquisita con lo sviluppo del famosissimo Ethereal, consiste nel fornire una panoramica dettagliata di tutto ciò che sta accadendo sulla rete locale (sia essa cablata oppure wireless) proponendo un'interfaccia grafica di semplicissimo utilizzo e di immediata comprensione.

Wireshark (disponibile per Windows, Linux, Mac OS X) è in grado di individuare i protocolli di rete utilizzati per i vari tipi di comunicazione (con i relativi incapsulamenti) e offre quindi un valido ausilio per aiutare gli esperti nell'individuazione di eventuali problemi di traffico o di vulnerabilità.

Il software permette di scegliere quale interfaccia di rete deve essere analizzata, se le informazioni debbano essere memorizzate o meno, nonché acquisire log da altri programmi similari.

La flessibilità di Wireshark e l'uso dei filtri

Punto di forza di Wireshark è certamente la sua flessibilità: grazie a speciali criteri di ordinamento e filtraggio l'utente ha modo di estrapolare, in modo rapido ed efficace, i dati di interesse dalle informazioni registrate.

Proprio i filtri che Wireshark mette nelle mani degli utenti sono uno degli aspetti più validi dell'applicazione che, tra l'altro, permette di effettuare l'operazione in tempo reale, mentre si stanno monitorando i pacchetti dati in transito.

Filtro per comunicazioni Messenger

Per filtrare in tempo reale i dati ed ottenere solamente le informazioni estratte dai pacchetti che riguardano comunicazioni con Messenger, è sufficiente digitare msnms nella casella Filter.

Cliccando il pulsante Apply, Wireshark estrarrà solo le informazioni che fanno riferimento a conversazioni Messenger effettuate all'interno dell'intera rete locale.

Come si vede nell’immagine, aggiungendo contains MSG nel campo dei filtri, abbiamo potuto estrarre tutti i messaggi Messenger scambiati con un utenti remoti da e verso la rete locale.

Nei riquadri evidenziati in rosso, è ad esempio possibile verificare come dal sistema locale con IP 192.168.1.2 sia partito un messaggio (verso l’account indicato) contenente il testo “buona serata“. Inoltre, è possibile stabilire che come client Messenger è stato utilizzato l’opensource Pidgin (user-agent).

Filtro per protocollo FTP
Analoga operazione può essere effettuata nel caso del protocollo FTP. Digitando, nella casella Filter, ftp contains USER || ftp contains PASS, si otterranno – in chiaro – i nomi utente e le password (in questo caso, rispettivamente, test e paloma) utilizzati dagli utenti della rete locale per connettersi ad un server FTP remoto (l”operatore || equivale al classico “or”):

Cliccando col tasto destro del mouse su una delle due voci registrate quindi su Follow TCP Stream, Wireshark provvederà ad estrarre dal log tutta la sessione di lavoro che ha dato vita allo scambio di dati evidenziato.

Un’analoga operazione può essere effettuata nel caso in cui venga utilizzato qualunque altro protocollo. In questo modo è possibile seguire la sequenza di azioni che si sono susseguite nel caso di qualunque genere di comunicazione di rete.

L’occasione è buona per ricordare quanto sia importante proteggere adeguatamente le connessioni Wi-Fi sempre più utilizzate in ambienti aziendali così come a casa e quanto sia cruciale adottare soluzioni per la protezione dei dati mediante l’utilizzo della crittografia.

Cliccando sul pulsante Expression… in alto, si può verificare quanti e quali filtri Wireshark (elenco completo) sia capace di imporre in modo da rendere immediatamente comprensibili i dati raccolti.

Altri esempi di filtri
• Digitando semplicemente http nella casella Filter, è possibile estrarre tutte le comunicazioni effettuate attraverso il protocollo HTTP

• Ricorrendo all’espressione http.request.method == "GET" si otterrà la lista di tutti gli elementi richiesti dalle workstation collegate alla rete locale attraverso HTTP (pagine web HTML, pagine web dinamiche, immagini nei vari formati, file multimediali e così via):

• Ricorrendo all’espressione http.request.uri contains “search”, è possibile ottenere la lista delle interrogazioni effettuate sui motori di ricerca.

• Per avere, invece, la lista dei pacchetti che hanno come origine oppure come destinazione un determinato indirizzo IP (locale o remoto), è sufficiente utilizzare – nella casella Filter – una sintassi del genere (effettuando le sostituzioni del caso): ip.dst == 192.168.1.2 || ip.src == 192.168.1.2. L’attributo dst indica l’IP di destinazione mentre src quello sorgente.

Quelli che abbiamo citato sono ovviamente solo alcuni esempi di filtri che è possibile impiegare con Wireshark. Chi volesse approfondire, può trovare ulteriori spunti sul wiki ufficiale del progetto.

Fonte: searchnetworking.techtarget.it

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WarDriving, come viene compiuto

Documentario: WarDriving, come viene compiuto

Ecco quindi che oggi voglio proporvi questo lavoro portato a termine, sperando che possa essere il più esaustivo possibile sull’argomento.

Il software utilizzato all’interno del video è Vistumbler, un’applicazione che permette di mappare le reti WiFi e di esportarle successivamente all’interno di Google Earth.

Fonte: Luca Mercatanti’s Blog

Lascia un commento 22 giugno 2011

Design a Forum Skin in Photoshop | Bloom Design Blog

Design a Forum Skin in Photoshop | Bloom Design Blog.

Fonte: bloomwebdesign.net

Lascia un commento 22 giugno 2011

Come Creare un Buco Nero Virtuale con l’ARmedia Plugin per 3ds Max

Come Creare un Buco Nero Virtuale con l’ARmedia Plugin per 3ds Max

Avete mai provato ad immaginare a cosa assomiglierebbe un buco nero se apparisse improvvisamente sulla vostra scrivania? Con l’ARmedia Plugin potete trasfomare questa vostra immaginazione in realtà, anche se solo “aumentata”.

Abbiamo pubblicato recentemente un Tutorial che illustra come creare un “Buco nero” o un “Tunnel Spazio-Temporale virtuale” utilizzando l’ARplugin per Autodesk 3ds Max. Con questo effetto “Buco Nero” è possibile creare l’illusione di oggetti che escono dal buco e vanno a collocarsi nell’ambiente fisico circostante, dalla scrivania o dai muri di una stanza, come se provenissero da un’altra “dimensione”.

Un esempio di “Buco Nero Virtuale” è mostrato nella figura qui sopra.

Tra le altre cose, le caratteristiche descritte nel Tutorial sono:

- 3ds Max keyframe animation

- Configurazione di un Occluder Object

- Render To Texture in 3ds Max

Si può accedere al Tutorial per mezzo dei seguenti link:

http://www.inglobetechnologies.com/en/new_products/arplugin_max/download/tutorials/tutorial_1_occluders.pdf

http://www.inglobetechnologies.com/forum/viewtopic.php?f=12&t=435

Il tempo richiesto per completare il Tutorial è di circa 40 minuti.

fonte: ARBLOG

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Credibilità sul web

Sei credibile sul web se hai due peculiarità immancabili: l’autorevolezza e la competenza. Ambedue i concetti possono essere sia oggettivi che soggettivi, e dipendono dalla sensibilità, da credenziali, dai “titoli”, dalla nostra percezione, che è spesso legata a fattori secondari come il carisma, il fascino, la capacità attrattiva.

Così siamo portati a credere più facilmente a colui che ci appare attraente, e meno a chi sembra un poco di buono. O almeno così dovrebbe essere…
Con i media (e con internet) la cosa si complica non poco perchè non vi è un contatto diretto, non vi è, e mai ci potrà essere empatia: ci manca la sensibilità della comunicazione non verbale che spesso è un segnale inequivocabile di buona fede e di fiducia altrui. È un tema dibattuto da molti anni, per cui non è facile definire regole generali quando ci riferiamo alla credibilità di un sito web o di una struttura organizzata che lo gestisce.


Certificarsi e dimostrare competenza attraverso vie non soggettive è uno dei metodi perseguiti dalla maggior parte dei siti autorevoli
, ma oggi dimostrare a chi ci segue questo importante fattore non è per nulla semplice, ne tantomeno scontato il metodo da utilizzare. Ma possiamo fare una piccola cernita delle caratteristiche che possono aiutarci a rendere credibile il nostro sito e il prodotto che offriamo. Ecco un breve elenco di ciò che ogni sito web che si rispetti deve esprimere a chi lo visita:


Rendi semplice la verifica dell’esattezza delle informazioni sul tuo sito

È possibile creare una credibilità sul web per il tuo sito fornendo collegamenti a fonti di terze parti (citazioni, riferimenti, fonte di materiale). Anche se le persone non seguiranno questi link, hai dimostrato fiducia nel materiale che inserisci nella tua creatura. Ti sei appoggiato su altre risorse che hai ritenuto importante riportare, ed i tuoi  visitatori saranno felici di approfondire.

Mostra che c’è una vera e propria organizzazione dietro al tuo sito

Cerca sempre di far risultare che dietro al tuo sito web vi è un’organizzazione legittima che promuoverà la credibilità del sito. Il modo più semplice per farlo è elencare un indirizzo fisico. Altre caratteristiche possono aiutare, come postare una foto dei vostri uffici o l’inclusione della Partita IVA che dimostra l’appartenenza ad un ente pubblico importante come la camera di commercio.

Evidenzia le competenze all’interno dell’organizzazione, nella stesura dei contenuti e nei servizi che fornisci

Avete esperti nel team che sviluppa il sito? Sono tuoi collaboratori o dei fornitori esterni di servizi autorevoli? E’ cosa buona mostrare le credenziali tue e dei tuoi collaboratori. Se sei legato ad un’organizzazione rispettata è chiaro e di fondamentale importanza informare i tuoi visitatori di ciò. Viceversa, evitare di collegarsi a siti esterni che non sono credibili. Il vostro sito diventa meno credibile anche per semplice associazione (la psicologia sul web insegna).

Dimostra che il sito è circondato da gente onesta e degna di fiducia

Per prima cosa mostra che ci sono persone reali dietro il sito. Quindi, trova un modo per manifestare la loro attendibilità attraverso immagini o testo. Ad esempio, potresti inserire alcuni post biografici dei dipendenti che raccontano della loro famiglia o dei loro hobby.

Rendi semplice contattarti

Un modo semplice per aumentare la credibilità del tuo sito è quello di rendere facilmente rintracciabili le informazioni di contatto: telefono, l’indirizzo fisico e indirizzo email

Progetta il tuo sito in modo che abbia un aspetto professionale

E’ noto che la gente valuta rapidamente un sito dal design. Nel progettare il tuo sito, prestare attenzione al layout, alla tipografia, alle immagini, alla coerenza delle pagine.

Rendi il tuo sito facile da usare, e sopratutto utile

Due orientamenti in uno. E’ scontato che i siti vincenti sono quelli facili da usare e utili per chi vi approda. Alcuni webmaster dimenticano gli utenti ed il rispetto che essi meritano. Abbagliare i visitatori non è eticamente corretto, e presto verrete sgamati che quello che presentate non risponde al vero. L’autopromozione è un brutto difetto per qualsiasi azienda, e anche per un sito web.

Aggiornare il contenuto del tuo sito spesso (o almeno mostrare che esso è stato rivisitato di recente)

Le persone assegnano più credibilità a siti spesso aggiornati o che rivisitano i loro contenuti inserendo fresche e nuove informazioni.

Usare la moderazione per qualsiasi contenuto (sopratutto annunci o offerte)

Se possibile, evita di avere annunci sul tuo sito. Se è necessario disporre di annunci per monetizzare, cerca sempre di distinguerli chiaramente dal contenuto dal tuo sito. Evitare gli annunci pop-up, a meno che non ti dispiaccia infastidire gli utenti e perdere di credibilità. Per quanto riguarda lo stile di scrittura cerca di essere sempre chiaro, diretto, e sopratutto sincero evitando di camuffare annunci pubblicitari o pagine dedicate a tale scopo.

Evita errori di ogni tipo, anche se modesti e per te irrilevanti

Errori tipografici e collegamenti rotti sono un male per la credibilità di un sito più di quanto immagini. E ‘anche importante evitare il minino errore per mantenere il sito attivo, funzionante e performante.

tratto da http://credibility.stanford.edu/

Queste sono solo alcune indicazioni su come rendere un sito web credibile agli occhi di chi lo visita, ed il mostrare una struttura organizzativa, un associazione credibile, serve ad acquisire fiducia. Ovviamente non sono gli unici fattori, ma incorporare, parlando anche di un sito web gestito da una sola persona, alcune di queste “credenziali” probabilmente accrescerà il tuo brand, il trust del sito, la reputazione ed il rispetto verso te e il tuo gruppo di lavoro.

Lascia un commento 9 giugno 2011

JoliOS, il sistema operativo che guarda al cloud

JoliOS, il sistema operativo che guarda al cloud

Basato su Ubuntu, permette di gestire la maggior parte delle applicazioni direttamente sul Web. Disponibile anche una distribuzione “live”.

Joli OS è un interessante progetti per gestire tutti i servizi “in the cloud”.

Si tratta di un vero e proprio sistema operativo capace di raccogliere, sotto un unico ombrello, le principali applicazioni web utilizzabili ricorrendo al solo browser.

Joli OS è un sistema operativo basato su kernel Linux e fatto derivare dalla distribuzione Ubuntu di Canonical.

Requisito essenziale per il corretto funzionamento di Joli OS è un sistema dotato di un quantitativo di memoria RAM pari o superiore a 384 MB.

Il sistema operativo può essere eseguito anche in modalità “live” (Try Joli OS without installing) lasciando inserito nel lettore CD/DVD il supporto generabile a partire da questo file ISO.

In questo caso, però, tutte le modifiche non saranno salvate e saranno perse al successivo riavvio del personal computer.

Sempre dal menù di avvio del CD “live” di Joli OS, è possibile optare per l'installazione del sistema operativo sul disco fisso (Install Joli OS):

Qualora si decidesse per l'installazione sul disco fisso, Joli OS richiede se installare il sistema operativo accanto a quello già presente oppure se cancellare completamente il contenuto dell'hard disk:

Joli OS può essere anche installato da ambiente Windows ricorrendo a questo file eseguibile. Anche qui, il file d'installazione di Joli OS provvederà a ridimensionare la partizione destinata a Windows in modo da fare spazio per il sistema operativo che guarda al cloud (sono necessari almeno 18 GB).

Una volta completata l'installazione, al successivo riavvio del sistema comparirà il menù di boot che consentirà di avviare Windows oppure Joli OS. La voce che consente l'avvio di Joli OS è impostata come opzione predefinita. Per variare questa regolazione, è sufficiente accedere a Windows, entrare nel Pannello di controllo, fare doppio clic sull'icona Sistema, cliccare su Impostazioni di sistema avanzate, portarsi entro la scheda Avanzate, fare clic sul pulsante Impostazioni (riquadro Avvio e ripristino) ed agire sul menù a tendina Sistema operativo predefinito.

Dopo aver avviato Joli OS verrà richiesto di effettuare il login utilizzando un account precedentemente creato oppure inserendo le credenziali d'accesso di Facebook. Se ancora non si è creato un account “Jolicloud” e non si desidera inserire i dati di Facebook, è necessario visitare questa pagina, cliccare sulla scheda Sign up e registrarsi compilando i campi proposti.

A questo punto, si potranno inserire le credenziali scelte all'interno della finestra Login di Joli OS. Se la connessione Internet è attiva e funzionante, verrà proposta la finestra principale:

Per risolvere i problemi legati alla digitazione dei caratteri speciali, suggeriamo di cliccare su Keyboard issue, nella parte superiore della schermata, cliccare su Layout, aggiungere Italy e rimuovere USA.

Il pulsante di colore verde che espone il segno “+” permette di aggiungere nuove applicazioni mentre gli alt

ri tasti della barra degli strumenti consentono di ottenere l'elenco delle applicazioni installate, gli aggiornamenti da parte di Jolicloud e degli amici, gestire i file presenti sulla partizione di Joli OS così come in quelle appartenenti altri altri sistemi operativi, personalizzare le impostazioni.

Nell'immagine sotto, l'elenco delle più note applicazioni che Joli OS è in grado di installare ed eseguire.

Fonte:JoliOS, il sistema operativo che guarda al cloud.

Lascia un commento 9 giugno 2011

Così il cloud cambia le regole del networking

Nella transizione al cloud spesso ci si dimentica di una domanda fondamentale: la rete è pronta a supportare le applicazioni sulla nuvola? Le cose da sapere.

Fra i tanti aspetti che ruotano attorno al discorso cloud computing, ce n’è uno che viene spesso affrontato con un po’ di sufficienza: l’importanza della rete.

Tutti sono affascinati dal poter pagare solo i servizi che si usano, dalla scalabilità, dalla possibilità di spostare le criticità al di fuori del perimetro aziendale, dal focalizzarsi sul core business e via dicendo. Ma spesso ci si dimentica che se l’infrastruttura di rete non è pronta per il cloud computing, la migrazione verso il cloud parte zoppa.

Giusto per dare un’idea, gli analisti di mercato ritengono che entro il 2012, il 20% dei messaggi email aziendali passerà attraverso il cloud; in due anni, il 60% del traffico server sarà virtuale; ed entro il 2015, la navigazione web in mobilità supererà quella su desktop

Insomma, uno tsunami che cambia sostanzialmente le regole del networking. Come? Lo riassume Ipanema Technologies nei punti seguenti:

  • Il consolidamento sta diventando “application-centric” e non è più “datacenter-centric”. Il cloud computing può essere visto come una sorta di de-consolidamento del datacenter. In pratica, inverte la matrice del traffico: il centro (l’hub) è ora costituito dalla sede periferica e dagli utenti, non più dal datacenter.
  • L’unione tra datacenter di classici cloud privati e datacenter di cloud pubblici, oltre al traffico peer-to-peer generato da applicazioni come la tele-presenza e la voce, porta alla necessità di reti ibride che siano in grado di combinare Internet e MPLS, o anche altre modalità di accesso a Internet.
  • La quantità di informazioni che risiede al di fuori dell’azienda è sempre più elevata. I dipendenti si trovano spesso a lavorare da casa, dall’hotel, tramite reti 3G o da hotspot Wi-Fi pubblici. L’espansione dei social media sfuma i contorni tra utilizzo privato e utilizzo pubblico.
  • Gli schemi e le matrici del traffico non sono mai state così complesse. Nonostante il cloud computing semplifichi e acceleri l’implementazione delle applicazioni, aumentano però l’importanza e la complessità nella gestione del traffico.
  • La rapidità, la semplicità di implementazione e i costi contenuti del cloud computing obbligano di fatto le business unit a utilizzarlo come strumento per superare la relativa rigidità delle regole imposte dal dipartimento IT e dall’azienda. Il CIO aziendale è sotto pressione e fatica a garantire un ragionevole livello di prestazioni, sicurezza e controllo dei costi in questo nuovo ambiente IT privo di confini.
  • Con il cloud computing, le situazioni sono troppo complesse e i cambiamenti troppo veloci per una gestione basata su policy proprietarie e statiche. Una rete cloud-ready deve imparare, decidere e adattarsi dinamicamente per adeguarsi a un traffico degli utenti sempre più dinamico. Questa rete deve tenere conto di tutte le applicazioni aziendali (basate su cloud pubblico o privato, voce e video peer-to-peer), oltre che di quelle ludiche.

Fonte: sarchnetworking.techtarget.it

Lascia un commento 9 giugno 2011

Migrating data base from mysql 4 to 5

PROBLEM:

I’m migrating my data base. I used to have MySQL 4.0.20 and my database run very well on it, but now I install MySQL 5.0 and I have problems restoring the database.
Before instal MySQL 5 I make a DUMP typing >mysqldump -u username -p -h hostname DBname > file.sql
that give me a 100MB file that I save and upload after install MySQL 5. To restore it I typed > mysql -u username -p -h hostname DBname < file.sql but I got this message:

ERROR 1064 (42000) at line 55192: You have an error in your SQL syntax; check the manual that corresponds to your MySQL server version for the right syntax to use near ‘restrict varchar(255) default NULL,
limits varchar(255) default NULL,
refere’ at line 6

SOLVE:

RESTRICT is now a reserved word. Edit your dumpfile to enclose this name in backticks, e.g. `restrict`.

#vim file.dump
:%s/RESTRICT/`restrict`/g

Lascia un commento 7 settembre 2010

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